Dybala, un astro nascente

Come si fa a non amare Dybala?
Dybala non è soltanto un eccellente giocatore, Dybala è un artista del pallone, un pittore che dipinge su una tela verde la sua opera. Di calciatori bravi e bravissimi ce ne sono tanti. Di calciatori vincenti pochi. Di fuoriclasse pochissimi. Si chiamano appunto fuori-classe perché sono al di fuori di ogni quotidianità. Il fuoriclasse vive la sua vita (calcistica) al limite, al confine tra il possibile e l'impossibile, tra il pensabile e l'impensabile, ed è per questo che ha a che fare non solo col reale, ma con l'onirico. Egli può essere paragonato non solo a un artista, ma anche a un esploratore, perché il suo mestiere non è soltanto il bello, bensì anche il vero (e le due cose possono coincidere, come teorizzava un grande poeta). Il fuoriclasse infatti svela il lato nascosto della realtà, quello che nessuno conosce e che nessuno arriva a immaginare.
Il fuoriclasse è allo stesso tempo inutile ed essenziale. È inutile perché le sue giocate rifuggono in qualche modo il risultato puro, la concretezza, la "razionalità rispetto allo scopo", per dirla con Max Weber (e in questo modo possono essere reinterpretate anche le parole di Gianni Agnelli, quando definiva Zidane "bello ma inutile"). Il fuoriclasse trova soluzioni a cui nessuno penserebbe mai ed evita il pensiero lineare. La giocata del fuoriclasse non può essere programmata, prevista dagli allenatori e non può essere allenata. Eppure proprio in questo il fuoriclasse coglie l'essenza del calcio, ciò per cui vale la pena di giocarlo e di guardarlo e ne rivela a pieno le potenzialità e il mistero. Il fuoriclasse unisce l'infanzia e la maturità; l'infanzia del bambino che gioca per divertirsi e divertire o, ancora meglio, per essere felice; ma anche la maturità dell'allenatore rispetto al quale è sempre un passo avanti, ed è per questo che i fuoriclasse litigano spesso con gli allenatori, di cui sono croce e delizia, perché rappresentano due poli opposti e per certi versi inconciliabili. A meno che il fuoriclasse non abbia un equilibrio interiore e una padronanza di se stesso fuori dal comune (si è fuoriclasse anche in questo). E tale è appunto il caso di Dybala.
Dybala è certo l'archetipo del numero 10 puro, tecnica, fantasia, rapidità, eleganza. Ma ha anche la capacità di gestire il proprio talento (non di controllarlo, perché il talento è un "demone interiore" che sfugge a qualsiasi controllo) di renderlo utile per la squadra, ed è una capacità che non tutti hanno.
In questo Dybala, se vogliamo considerare la storia juventina, assomiglia più a un Del Piero che a un Roberto Baggio. Talento, ma anche sacrificio e controllo delle emozioni. Roberto Baggio (e il sottoscritto lo ha sempre ammirato) invece era classe immensa, eleganza sopraffina, ma il suo "demone" era spesso ingestibile; per gli allenatori ma anche per lui stesso. Questo è uno dei motivi per cui Baggio vinse molto meno di quello che avrebbe potuto vincere, e forse, con una gestione diversa, sarebbe potuto diventare persino più grande di ciò che è stato (e oggi staremmo accostando il suo nome a quello di Maradona, di Pelé o di Messi).
Dybala invece ha la stoffa del vincente, è predestinato dagli dei del calcio alla vittoria, perché unisce alle sue doti l'intelligenza di saperle amministrare e l'equilibrio interiore.
Baggio è stato un Achille, bello, forte, ma destinato alla sconfitta. Dybala è un Ulisse che raggiungerà la sua Itaca.

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